Come superare le fobie del tirocinio

Attraverso il mio canale universitario, mi avete chiesto in tanti del tirocinio: impressioni, schifo, fobie. Vi ho risposto come potevo, elemosinando anche qualche consiglio da chi ha fatto ben più strada di me.
In questo articolo raccolgo tutti i trucchetti utili per iniziare, percorrere e uscire dal tirocinio nella maniera più zen possibile.





1) Prevenzione prima della cura: evita lo shock.



Sentirai una certa “spinta” verso l’ignoto. Questa spinta è un po’ dovuta all’eccitazione: nuovi ambienti, nuove persone, nuove esperienze. La divisa bianca, il cartellino da timbrare: ci si sente già professionisti e ci si vuole comportare da professionisti.


Un po’, questa spinta, è dovuta anche al sentirsi ‘osservati’ e ‘giudicati’ per quello che si fa, per come ci si comporta. Gli infermieri incaricati di fare da tutor guardano come prima cosa, per come l’ho vissuta io, la “velocità di risposta”.

Ovvero: chi si butta per primo.

Buttarsi verso l’ignoto ha dei pregi e dei difetti.
Nuove esperienze a ritmo costante, s'impara velocemente, un po’ di adrenalina che pompa, -anche la soddisfazione di dire “ho coraggio”-... dall’altro lato, obbligarsi in situazione nuove, in cui si è totalmente impreparati, può diventare traumatico.

Per esempio, mi è capitato di assistere a “scenari da incubo” e pensare:
“Beh, dai, non la vivo tanto male.”
Poi... tornato a casa... nel letto...

OCCHI-SPALANCATI
"La-vita-è-un-lento-decrescere-depressivo-verso-una-fine-invitabile-e-cruenta.”

Quello che ho capito dal tirocinio è che è importante avere sempre un occhio girato verso l’interno, conoscere bene la propria situazione interiore… e accettarne i limiti.
Limiti che solo noi, personalmente, possiamo conoscere e rispettare.

Se questo si traduce in un voto mediocre... che venga pure.
Ricordati che devi sostenere questa situazione per molto tempo e sei tu a decidere quale ritmo ti è più congeniale.

Mi viene in mente questa immagine: quando ero alle medie facevamo delle piccole olimpiadi.

Nella gara di resistenza, c’era sempre un gruppetto che partiva a massima velocità. Arrivavano a metà percorso, sfiancati, e lì finivano per essere superati dalla maggior parte, che invece correva a velocità sostenibile.


2) Lavora sui tuoi limiti.


Il fatto di riconoscere le difficoltà che abbiamo non significa fermarsi lì.

Le fobie di possono almeno rimpicciolire. Si può imparare a coesistere. Se uno ha paura dell’altezza, però, non si butta giù col deltaplano: la terapia d’urto peggiora le fobie, perché ignorando i segnali di pericolo, insegni alla tua psiche a generare segnali più forti.

Il trucco -che è facile a dirsi ma difficilissimo a farsi- è pianificare un percorso a tappe, porsi dei piccoli ma costanti obiettivi. Non esiste una soluzione universale, questo è qualcosa che ognuno può fare solo per se stesso, perché è molto personale.

Però, così, per fare un esempio: hai paura degli aghi?

Procurati degli aghi-canula su Amazon e mettitene uno in tasca (col tappino).

Ogni tanto, nell’arco della giornata, rigiratelo fra le mani. Poi, fingi di fare un prelievi a dei limoni. 

“Buongiorno signor limone. Oggi facciamo un emocromo.”

Poi, trova delle cavie. Poi, fatti un prelievo da solo.

Oh. Ehm...

Non so se consiglierei l’esperienza.


Sembra un po’ ridicolo, però io avevo la fobia dei ragni. Non potevo neanche guardarli.

Ho passato un’anno in Australia, dove di ragni ce ne sono tanti, e ho fatto un bel po’ di step.
Ora, se c’è un ragno nella mia stanza, devo per forza ucciderlo. Questa fobia esiste per una ragione: probabilmente ho avuto un trauma, da piccolo. Dopo averci lavorato, però, sono in grado di gestirla in autonomia.


3) Mantieniti calmo.


Mi prendono in giro perché bevo camomilla.

Potrei essere stato chiamato Ciuffo Bill, ad un certo punto. Però, lo faccio per una buona ragione. Più sono calmo, rilassato, meno sono predisposto a reazioni negative. In ospedale la situazione passa da un pigro pomeriggio a Mission Impossible in pochi secondi.

Chi reagisce meglio alle urlate, l’adrenalinico o camomillato?

A me funziona anche ripetere una frase, lentamente, finché non perde il significato.

Ci sono un sacco ti modi per mantenersi tranquilli, se cerchi qualcosa di specifico, di sicuro google ne sa più di me.


4) Ripara la frittata: superare il trauma.


In uno dei tirocini ero in RSA e Hospice. Ero contento che mi avessero assegnato a quei reparti, anche se… era piuttosto lontano da dove abito, e non sono un fan della sveglia alle cinque. 

Comunque: la vedevo un po’ come la prova del 9: un tirocinio fatto in un reparto di medicina o di chirurgia capita di vedere molte storie tragiche ma con lieto fine.

In RSA invece… le storie difficilmente finiscono bene. In Hospice, ovvero il reparto dei ‘terminali’… non esiste guarigione.

Il mio pensiero era: se riesco a convivere serenamente con queste tragedie, se riesco a guardare nell’abisso senza che l’abisso guardi più di tanto dentro di me, poi tutto il resto sarà un passeggiata. 

Com’è andata? Beh, ho già parlato prima delle notti insonni.
Però, tutto sommato, sono ancora qui.

Apro una piccola parentesi: capitava spesso in quel periodo che persone incontrate per strada mi chiedessero:
“Allora? Come va il tirocinio?”
E… io rispondevo:
“Mi alzo presto al mattina, faccio i prelievi, faccio le notti…”
Perché… cosa racconto? Delle ferite terrificanti? Della morte? Dell’odore di cacca ovunque, sempre e comunque? Delle storie da tragedia greca di alcuni pazienti?

Nessuno vuole sentirsi raccontare queste.

Ogni tanto mi capita che una delle storie terribili a cui ho assistito mi ritorni in mente, così, tutta di un colpo. Non è come un flashback da film horror, è più come se la mente volesse ripassare il vissuto. La cosa non mi ha dato pena, finché non mi sono accorto che influenzava sul mio vivere la giornata.

Mi metteva un filtro di negatività davanti agli occhi.

Ci sono delle tecniche di psicologia comportamentale che aiutano a liberarsi delle immagini dolorose e dei pensieri scomodi. Sembrano un po’ delle stupidaggini –almeno, io così ho pensato quando le ho lette per la prima volta– però…. oh, funzionano.

Lo scopo principale è separare i pensieri e le emozioni dalla persona. Quindi: io non sono triste, invece io sto provando tristezza. Oppure: io non solo un fallito, io ho fallito.

Come si fa questo?

Porto un esempio: qualche giorno fa ho perso l’autobus e ho dovuto fare parte della strada verso casa a piedi. Mentre camminavo, mi ha assalito il ricordo della storia di un paziente di cui ho assistito l’aggravarsi della malattia, l’agonia e la morte.

In particolare, avevo in mente l’immagine di questo paziente pelle ossa, in posizione fetale, che urlava di dolore e sembrava il pianto di un neonato. In quel momento, la mia mente era riempita dall’immagine e non c’era spazio per altro.

La prima cosa da fare, è distaccarsi.
La cosa che mi viene più naturale fare, considerata la mia esperienza vitale, è pensare questa scena come un video di YouTube a pieno schermo.
Allora ho immaginato di stopparla e ridurre la dimensione dello schermo. Poi ho cambiato la qualità dell’immagine – empre con la fantasia– da 720p a 480p.

Poi, ci ho aggiunto sotto un titolo ironico:
“La vita al contrario di Woody Allen”.

Usando la stessa tecnica potevo immaginare la scena sotto forma di articolo di giornale, o di poster di film, o di cartellone pubblicitario sulla statale. Però il video su YouTube è quello che sento più vicino, più mio, e mi viene immediato applicare.

A volte capita che la mente sia rapita da una frase, espressa o meno. Per esempio:
“Non ce la farò mai!”
“Sono un fallimento!”
“Le cose sono destinate inevitabilmente ad andare male.”
Non bisogna reprimerle, respingerle o condannarsi per averle pensate.
Non sono frasi logiche, esprimono a parole una sensazione dettata da una parte di inconscio che in un momento di debolezza... prevale.

La prima cosa da fare è ringraziare la mente, senza sarcasmo:
“Grazie mente!”
Questo mi viene davvero difficile.
Poi:
“Non ho bisogno di questo pensiero, adesso.”
Capito? Non devi argomentare.
Non devi ragionarci sopra: è un frase dall’inconscio, il ragionamento è uno strumento della logica, non sono parti che possono comunicare. No: il segreto e prendere la frase che infesta la mente ed etichettarla: “Non utile.”

Non “vera” o “falsa”: “Non utile”. Magari è vero che sono un fallimento. Magari è vero che le cose sono destinate inevitabilmente ad andare male.

Ma pensarlo mi aiuta ad alzarmi la mattina? Mi è utile a cambiare la situazione? Mi è utile ad agire? No.

Allora non sono frasi che valgono la pena di essere prese in considerazione.

Grazie mente, ma no grazie.


5) Guarda la ferita, non l’utente;


Un consiglio che ho già dato in risposta ad un commento, è concentrarsi sulla ferita e non sulla persona.

Ora, questo consiglio mi è stato dato al primo tirocinio e… funziona. Forse il problema lì è che ad un certo punto bisogna smettere, perché viene a mancare tutto l’aspetto relazionale.

Senza l’approccio al malato, l’infermieristica è tecnica, e… nella tecnica… le macchine saranno sempre migliori dell’uomo.

All’inizio tutto fa impressione.
La prima volta che ho vista una piaga da decubito seria, potevo guardarla solo con la coda dell’occhio altrimenti sentivo la testa che partiva. 

Quando poi mi sono trovato a medicarle, però, ho potuto apprezzare il processo di guarigione. Rimane comunque difficile accettare l’idea:
“La persona che mi sta davanti ha un buco grosso come un pugno nella chiappa, e le vedo l’osso sacro”
Però a questo va aggiunto:
“Ci sono delle azioni che posso compiere per far guarire questo buco, per ridare alla persona una vita normale”
È un pensiero confortante, e dopo poco tempo, guardando queste orrende lesioni, è l’unico pensiero che mi è rimasto.
E con questo si convive bene.


6) Condividi la tua esperienza.


Ovviamente rispettando la confidenzialità, la privacy, che è la ragione del perché non mi sentirete mai raccontare episodi specifici del tirocinio.

Parlare della giornata con i compagni è terapeutico. Quello che ho notato, è che dopo il primo tirocinio c’è un po’ di remora a tirare fuori le cose che non vanno. Tutti danno al stessa risposta: 
“Fighissimo, tutto bene, tutto bene”
Come se ci sentisse inadeguati, se c’è qualcosa che non va. Ma in realtà è normale che qualcosa non vada, anzi, è strano se una persona reagisce perfettamente, al 100%, a questi stimoli così scioccanti, così improvvisi, così distanti dall’esperienza comune.

Solo dopo un po’ di tempo, iniziano a venire fuori:
“Non sono riuscito a fare questo, mi hanno trattato male, sono svenuto…”
Prima si tirano fuori le cose che non vanno, prima ci se ne libera. Ma soprattutto: condividere le debolezze significa averle accettate, che è il primo passo per superarle.

Avere fobie, o anche timidezza, paura, rimanere scioccati, impressionati, svenire… non sono assolutamente cose che qualificano come “indaguati a svolgere la professione”.
“Va via, inadeguato!” 
Chi è che nasce già infermiere? Nessuno. Anzi, quelli che vogliono farti credere di essere “nati col camice” sono probabilmente quelli che hanno la strada più lunga.

Concludo con il consiglio che forse fa più impressione a chi in tirocinio non c’è ancora stato. Però, in Università, quando ti presentano il tirocinio ti dicono:
“Figata, bellissimo!”
Quindi, avrai già sentito ampiamente quella campana. Io cerco di fare l’altra campana.

Concediti di piangere, se ti viene. Piangere significa scaricare. Liberarsi.

Il tirocinio è una figata, è bello, ma… è anche molto pesante. Ti inserisce in situazioni stressanti, nel dolore, nella malattia, nella morte.

Ti fa riflettere sulla vita, sul perché stai al mondo, su quale vuoi sia il tuo ruolo nella società. Dopo essere uscito da queste esperienza, guarderai alle persone in maniera diversa.

Più consapevole, nei migliore dei casi.

Molte esperienze del tirocinio sono “l’angolo oscuro dove gli altri non vogliono guardare”. E noi dobbiamo guardare, e dare pure una buona occhiata.

Se riesci ad accettare quello che vedrai come parte dell’esperienza umana, beh, hai fatto un bel passo. Qualcosa ti servirà per tutta la vita, non solo professionale.

Ora, io non sono un santone, non sono psicologo, e sono anche piuttosto giovane.
Parlo della mia esperienza.
Qual è invece la tua esperienza? Cosa pensi?

Vuoi raccontare qualcosa?

Scrivimelo qua sotto, nei commenti, oppure in qualunque dei social che trovi nella barra a lato.

Illustrazioni di Mavi: Profilo Instagram


Ti leggo nel pensiero: 2 minuti, ne vale la pena!

Ti richiederà poco tempo e ti lascerà a bocca aperta.


*





Istruzioni:
Affinché il trucco funzioni, devi leggere più in fretta che puoi. Prosegui nella lettura, senza non tornare indietro.



*



Andiamo subito all’azione.



*


4 quarte:




Hai 5 secondi per scegliere una carta.
Tienila a mente, senza dirla ad alta voce.


Immagina la carta che hai scelto.


Prima la figura, poi il numero.


Ripetilo mentalmente, ma non dirla ad alta voce.


Ora ti leggerò nella mente, attraverso lo schermo.


Mmh.


*



Ok, sono pronto.


Adesso mescolo le quattro carte e ne sostituisco una. La tua.





Guarda bene: la tua carta non c’è più.

MAAAAAAGGIIIIIAAAA!


*


Ok, ora un altro trucco: ti farò delle domande.


Come prima, non rispondere ad alta voce, solo mentalmente, col pensiero.


Però devi rispondere più in fretta che puoi.


*




Pronti? Via.


Quanto fa:


*


2+2?



*

4+4?

*

8+8?

*

16+16?

*

Bene.

Ora pensa un numero tra 12 e 5.



Fatto?


*





*




*




*


Il numero che hai pensato è 7.


Continuamo.

Quanto fa:


1+5



*




2+4



*



3+3




*


4+2



*


5+1



*



Ora ripeti mentalmente 6 più veloce che puoi, tipo "666666666...", e continua a scorrere la pagina finché non dico di fermarti.



*



*



*



*



Ok, puoi fermarti.

Pensa ad un ortaggio.



*



*



*



L’ortaggio a cui hai pensato è una carota.


*

Ora ti farò vedere un testo.

Hai cinque secondi per contare quante volte appare la lettera ‘F’.





*


Quante volte appare la lettera ‘F’?


Ora puoi dirlo ad alta voce.


Fatto?


Bene.


*


Hai sbagliato.


La lettera F appare 6 volte.

Questa volta puoi tornare indietro a controllare. Ma solo questa volta.


Il trucco è semplice: a quanto pare, la mente tende a non considerare le ‘F’ degli ‘of’.


*

Ma non ho ancora finito. Rispondi alle domande che ti farò, sempre mentalmente, senza parlare.


Quanto fa:



15+6



*


3+56



*


9+2



*


12+53



*


75+26



*


25+52



*


63+32



*



Ultimo calcolo, un po’ più difficile:


*


123+5

*


Ok, ora pensa ad un attrezzo e a un colore.


*


*


*


*


*


Oh. Hai pensato ad un martello… rosso.

Ok, ho finito.
Spero di aver azzeccato almeno alcune delle tue risposte. Questo test si basa sulla teoria dei prototipi di Rosh.

In parole povere: nella nostra mente sono immagazzinate delle figure semplici, che servono ad illustrare concetti più complessi.
Per esempio, se io dico: “Ho chiamato un taxi!” probabilmente penserai ad una macchina gialla con la scritta taxi sopra, perché è l’immagine più comune e popolarmente conosciuta. Solo in un secondo tempo, la mente modificherà l’immagine: “Non siamo a New York, i taxi non gialli.

Il trucco del test, è non dare il tempo alla mente di correggere l’immagine prototipo, che è comune alla maggior parte delle persone.


Per cui… martello rosso.

La soluzione del trucco delle carte invece…. beh, dai, l’hai capito, no? Come ho fatto? Quando ho detto di aver mescolato le carte, in realtà le ho sostituite tutte. Per forza non c’era la carta che avevi scelto.

Per la spiegazione scientifica mi sono rifatto a psichesoma.com, un sito di divulgazione molto interessante. Ti consiglio di dargli un'occhiata!

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